Quando si parla di prevenzione del suicidio e dell’autolesionismo, il rischio è spesso quello di concentrare l’attenzione solo sulle situazioni percepite come più gravi o più evidenti. Uno studio pubblicato su European Psychiatry, basato sui registri sanitari della Catalogna, invita invece a una lettura più articolata: alcuni disturbi presentano un rischio individuale molto elevato, ma il peso complessivo sulla popolazione riguarda anche condizioni molto diffuse, come depressione, ansia, disturbi da uso di sostanze e disturbi dell’adattamento.
La ricerca ha analizzato l’associazione tra 32 disturbi mentali e due esiti: autolesionismo intenzionale non letale e suicidio. Sul piano individuale, il dato più forte riguarda il disturbo borderline di personalità, associato a un rischio particolarmente alto. Ma, se si guarda alla popolazione nel suo insieme, una quota rilevante degli eventi è collegata anche a disturbi più comuni, spesso intercettati nei servizi territoriali, nella medicina generale o nei percorsi di cura non specialistici.
Questo passaggio è decisivo. Significa che la prevenzione non può essere costruita solo intorno all’emergenza o alla presa in carico dei casi più complessi. Serve una strategia multilivello: riconoscimento precoce, continuità delle cure, collaborazione tra medicina generale, servizi di salute mentale, pronto soccorso, servizi sociali, scuole e reti comunitarie.
Lo studio sottolinea anche l’importanza di prestare particolare attenzione ai giovani e alle prime fasi del contatto con i servizi, quando il rischio può essere più elevato e l’intervento tempestivo può fare la differenza. Ma il messaggio non deve essere letto in modo allarmistico. È, prima di tutto, un messaggio organizzativo: la prevenzione funziona meglio quando il sistema non aspetta che la sofferenza diventi estrema.
Parlare di autolesionismo e suicidio, quindi, significa parlare di cura, ma anche di accesso, continuità, prossimità e capacità dei servizi di non lasciare sole le persone nei passaggi più fragili. Non basta individuare il rischio: bisogna costruire intorno alle persone una rete capace di restare presente.
Fonte: Philippe Mortier et al., Individual- and population-level associations of mental disorders with intentional self-harm, European Psychiatry, 69(1), e50, 2026, doi: 10.1192/j.eurpsy.2026.10182.
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