C’è una nuova parola che descrive una vecchia tentazione resa onnipresente dagli smartphone: doomscrolling. È l’abitudine di scorrere senza sosta notizie negative – guerre, disastri, crisi economiche – alimentando un ciclo di ansia e senso di impotenza. Questa pratica si è diffusa in modo massiccio durante la pandemia, ma i dati mostrano che non si è mai più interrotta. Anzi, per molti è diventata una vera claustrofobia informativa: la sensazione di non avere vie di fuga da un flusso continuo di contenuti che parlano solo di minacce e pericoli.
Secondo un’indagine del Pew Research Center, circa il 66% degli adulti statunitensi ha dichiarato di sentire un senso di esaurimento mentale dopo un’esposizione prolungata alle notizie online. Uno studio pubblicato su Health Communication(2021) ha dimostrato che il doomscrolling si associa a livelli significativamente più alti di stress cronico, insonnia, alterazioni dell’umore e perfino disturbi alimentari. La ricerca evidenzia che il meccanismo è tanto semplice quanto insidioso: il cervello, alla ricerca di controllo, si convince che restare aggiornati sia l’unico modo per sentirsi preparati a fronteggiare l’incertezza. In realtà, l’effetto è opposto: più si consuma informazione tossica, più aumenta la percezione di pericolo e l’ansia diventa una compagnia costante.
Non sorprende che l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia inserito l’overload informativo tra i fattori di rischio per il benessere psicologico. Nella nostra epoca iperconnessa, non bastano più i buoni propositi di “usare meno il telefono”: serve un cambio culturale che restituisca valore alla selezione critica delle fonti e alla qualità del tempo digitale.
Un aspetto poco discusso è l’impatto del doomscrolling sulle relazioni interpersonali. L’attenzione cronica rivolta allo schermo riduce la capacità di ascoltare gli altri, genera conflitti e alimenta la sensazione di isolamento. La claustrofobia informativa, dunque, non è solo un problema individuale, ma una questione collettiva che influenza il clima emotivo di intere comunità.
Esistono però strategie concrete per spezzare il circolo vizioso. Molti psicologi consigliano di stabilire una finestra oraria precisa per informarsi, di evitare di farlo prima di dormire e di alternare contenuti negativi con letture costruttive. Un altro approccio efficace è praticare il “digital check-in”, un momento di consapevolezza in cui ci si chiede: perché sto leggendo questa notizia? Mi è utile o mi sta solo togliendo serenità?
Riconoscere i segnali di questa dipendenza – il senso di costrizione, l’ansia persistente, l’impossibilità di staccare – è il primo passo per riprendersi il diritto a una mente libera e presente. Non dobbiamo rinunciare a informarci, ma possiamo scegliere di farlo in modo più sano, selettivo e umano. È una forma di cura di sé che, a ben vedere, è anche una cura della qualità delle nostre relazioni e della nostra comunità.
(Fonti: Pew Research Center, Health Communication, OMS)
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