Il nuovo Codice della Strada, con la Legge 177/24, introduce un principio destinato a sollevare un ampio dibattito: chi assume sostanze stupefacenti o psicotrope e si mette alla guida è sanzionabile, indipendentemente dallo stato di alterazione psicofisica. La modifica all’articolo 187 segna un netto cambiamento: non conta più se la persona è lucida e perfettamente in grado di guidare, ma semplicemente se nel suo organismo sono rilevate tracce di una sostanza considerata psicotropa.
Questa impostazione normativa rischia di discriminare gravemente le persone con disabilità o disturbi psichiatrici che assumono farmaci prescritti per la propria condizione di salute.

La Società Italiana di Psichiatria ha sollevato un allarme chiaro: “Le terapie non sono come le droghe”. Antidepressivi, ansiolitici, ipnoinducenti sono medicinali utilizzati sotto controllo medico e spesso essenziali per garantire ai pazienti una qualità della vita accettabile. Inoltre, guidare dopo una notte di sonno riposante, grazie all’effetto di questi farmaci, è sicuramente più sicuro rispetto a mettersi al volante dopo ore di insonnia e stress.

Anche la Federazione Italiana Epilessie ha sollecitato un chiarimento ai Ministeri competenti: i farmaci anticrisi non dovrebbero essere classificati come stupefacenti, poiché l’assunzione quotidiana di medicinali come barbiturici e benzodiazepine, in contesti terapeutici, non determina alterazioni psico-fisiche tali da compromettere la guida. La normativa del 2010 già stabilisce che chi non ha crisi da almeno un anno, o manifesta episodi che non alterano lo stato di coscienza e vigilanza, può guidare regolarmente.

Ma oltre alle implicazioni tecniche, il tema ha una valenza sociale e deontologica ben più ampia. Impedire alle persone in cura di mettersi alla guida significa limitare la loro libertà di movimento, compromettendo il diritto al lavoro e alla salute. Molti pazienti devono utilizzare l’auto per raggiungere il proprio impiego, recarsi ai centri di cura o alle strutture di riabilitazione. Se il rischio di sanzioni diventa insostenibile, il risultato è un’ingiusta esclusione dalla vita sociale ed economica.

Questo provvedimento rischia anche di produrre effetti paradossali: alcuni pazienti potrebbero essere indotti a interrompere o ridurre le cure per evitare problemi legali, con conseguenze potenzialmente gravi per la loro salute. Inoltre, la rigidità della norma si scontra con la necessità di valutazioni mediche individuali, considerando che non tutte le sostanze psicotrope influenzano la guida allo stesso modo e che molti pazienti sviluppano una tolleranza che riduce eventuali effetti collaterali sulla capacità di conduzione di un veicolo.

Un confronto con altre legislazioni europee dimostra che un approccio più equilibrato è possibile. In diversi Paesi, la normativa prevede che la sanzione scatti solo in caso di alterazione psicofisica evidente, valutata attraverso esami clinici e non solo tramite test di rilevazione delle sostanze. Questo garantisce un maggiore rispetto per i diritti dei pazienti senza compromettere la sicurezza stradale.

Il principio di sicurezza stradale è senza dubbio fondamentale, ma non può trasformarsi in un meccanismo che penalizza indiscriminatamente chi segue una terapia medica. Un chiarimento normativo è necessario, per evitare che una riforma nata con intenti di prevenzione si traduca in una nuova forma di discriminazione istituzionale. È necessario un tavolo tecnico che coinvolga esperti di psichiatria, neurologia e associazioni di pazienti, per definire criteri più giusti ed equi, evitando che la legge finisca per ostacolare l’accesso alle cure e la vita quotidiana di migliaia di persone.

Qui approfondimenti: https://psichiatria.it/codice-della-strada-e-allarme-per-i-pazienti-in-cura-psichiatrica-la-sip-serve-un-chiarimento-le-terapie-non-sono-come-le-droghe/

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