Un’analisi pubblicata sul Wall Street Journal riapre il dibattito sul rapporto tra immagine corporea, farmaci dimagranti e salute mentale.
Negli ultimi mesi il discorso pubblico sul corpo sembra attraversare una nuova fase. Dopo anni in cui il movimento della body positivity aveva provato a contrastare gli ideali estetici dominanti, sta emergendo una rinnovata centralità della magrezza come valore sociale, anche in relazione alla diffusione di farmaci per la perdita di peso. A offrire una lettura critica di questo cambiamento è Jonathan Alpert, psicoterapeuta, in un intervento pubblicato sul The Wall Street Journal.
Un cambiamento culturale, non solo medico
Secondo Alpert, l’attuale entusiasmo attorno ai farmaci dimagranti non può essere interpretato esclusivamente come progresso terapeutico. Rappresenta piuttosto un segnale di un mutamento culturale profondo, in cui il corpo torna a essere oggetto di ottimizzazione e controllo, e la magrezza rischia di riassumere il ruolo di indicatore di successo, disciplina e valore personale.
Questa dinamica, osserva lo psicoterapeuta, può produrre effetti collaterali sul piano psicologico, soprattutto in contesti sociali già fortemente orientati alla performance e al confronto.
Il rischio per la salute mentale
Dal punto di vista clinico, Alpert richiama l’attenzione su un rischio specifico: quando il dimagrimento viene presentato come soluzione rapida e tecnicamente accessibile, il disagio legato all’immagine corporea può essere normalizzato anziché compreso. In questi casi, l’attenzione si sposta dal rapporto emotivo con il corpo alla sua correzione, con possibili ricadute su autostima, ansia e senso di inadeguatezza.
La letteratura psicologica mostra da tempo che la pressione verso un ideale corporeo unico è associata a maggiori livelli di insoddisfazione corporea e vulnerabilità emotiva, in particolare tra giovani e adolescenti.
Oltre la contrapposizione
L’analisi di Alpert non nega l’utilità dei farmaci in specifici contesti clinici, ma invita a evitare una lettura riduttiva. La salute non coincide automaticamente con la magrezza, né l’accettazione del corpo può essere intesa come rifiuto della cura. Il punto, sottolinea lo psicoterapeuta, è mantenere una visione integrata che tenga insieme salute fisica, benessere mentale e contesto sociale.
Una questione di narrazioni
Ciò che emerge con forza è il ruolo delle narrazioni pubbliche. Quando il messaggio dominante torna a suggerire che il corpo “giusto” sia solo uno, il rischio è quello di riattivare stigma e auto-colpevolizzazione, con effetti che vanno ben oltre la dimensione estetica.
In questa prospettiva, la sfida per la salute mentale non è scegliere tra accettazione o intervento medico, ma costruire un discorso pubblico che riconosca la complessità del rapporto tra corpo, identità e benessere psicologico.
Fonte primaria
- Jonathan Alpert, psicoterapeuta, The Wall Street Journal – commento su immagine corporea, magrezza e salute mentale
(articolo citato e discusso da Dagospia e il Fatto Quotidiano)
Fonti di rilancio del dibattito
- Dagospia
- il Fatto Quotidiano
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