Nell’era dei social, la salute mentale è diventata un tema virale. Su TikTok, hashtag come #mentalhealth raccolgono miliardi di visualizzazioni e migliaia di creator si improvvisano divulgatori. Ma dietro la patina accattivante di video brevi e consigli “rapidi”, si nasconde un rischio spesso sottovalutato: la disinformazione.
Secondo un’inchiesta del Guardian pubblicata a maggio 2025, oltre il 50% dei video più popolari sul benessere mentale contiene informazioni fuorvianti o prive di fondamento scientifico (The Guardian). La ricerca ha analizzato i 100 contenuti con maggiore engagement, scoprendo che in molti casi vengono banalizzate condizioni complesse come depressione, disturbi d’ansia, ADHD e disturbi della personalità.
Uno dei problemi più gravi è la tendenza a proporre auto-diagnosi rapide: video che descrivono sintomi in modo superficiale e inducono le persone a riconoscersi in patologie che richiederebbero, invece, una valutazione clinica attenta. Questo fenomeno non solo aumenta l’ansia di chi guarda, ma contribuisce a diffondere etichette improprie e aspettative irrealistiche sulle cure.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte sottolineato come l’overload informativo, unito alla disinformazione, possa generare quello che viene definito infodemia, cioè un eccesso di contenuti che confondono anziché aiutare. Se è vero che i social hanno un potere enorme nel ridurre lo stigma e favorire il dialogo, è altrettanto vero che la credibilità delle fonti è un problema centrale.
Un altro aspetto preoccupante riguarda i cosiddetti contenuti performativi, dove la sofferenza mentale diventa una forma di intrattenimento: storie drammatiche raccontate per accumulare like e follower, senza alcun filtro etico. Alcuni studi hanno mostrato che i ragazzi più giovani sono i più vulnerabili: in Italia, un’indagine di Save the Children ha rilevato che oltre il 60% degli adolescenti si informa sulla salute mentale principalmente tramite social, spesso senza confrontarsi con adulti o professionisti.
Cosa possiamo fare per invertire la rotta? In primo luogo, occorre promuovere una cultura digitale più critica: insegnare ai più giovani a verificare le fonti, distinguere il racconto personale dall’informazione scientifica e sapere quando rivolgersi a un esperto. Inoltre, piattaforme come TikTok hanno una responsabilità crescente nel garantire maggiore trasparenza sugli algoritmi che selezionano i contenuti e nell’etichettare i video con disclaimer chiari quando si parla di salute.
Come cittadini, possiamo scegliere di seguire account di professionisti qualificati, di non condividere contenuti dubbiosi e di ricordare che, quando si tratta di salute mentale, la semplicità di un video virale non sostituisce la complessità della cura.
(Fonti: The Guardian, Save the Children, OMS)
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