Viviamo davvero in un’epoca in cui nessuno riesce più a concentrarsi? Oppure stiamo semplicemente scegliendo – consapevolmente o meno – dove dirigere la nostra attenzione in un mondo che ce ne offre infinite possibilità?
È questa la domanda che accompagna la lettura di The Sirens’ Call, il nuovo libro del giornalista americano Chris Hayes, recensito dal professore e storico Daniel Immerwahr sulle pagine del New Yorker (27 gennaio 2025). Hayes, volto noto dell’informazione televisiva progressista, esplora l’economia dell’attenzione, descrivendola come un gigantesco ecosistema costruito per monetizzare ogni secondo della nostra vita mentale. Un sistema dove piattaforme digitali, social network e media competono per conquistarci – spesso senza che ce ne accorgiamo – sfruttando bias cognitivi e vulnerabilità psicologiche.
Ma Immerwahr, da storico, propone una lettura più ampia, e in fondo anche più rassicurante: non siamo affatto i primi a preoccuparci della distrazione. Già nell’Ottocento si temeva che il pianoforte distraesse le giovani donne dalle “attività serie”; poi fu il turno del romanzo, poi del cinema, della televisione, e oggi – prevedibilmente – dei social network. Ogni rivoluzione culturale e tecnologica ha portato con sé timori, spesso esagerati, sulla capacità dell’essere umano di mantenere lucidità e attenzione.
La vera domanda, suggerisce Immerwahr, non è se siamo ancora capaci di concentrarci, ma su cosa stiamo scegliendo di concentrare la nostra attenzione. Non si tratta tanto di misurare la durata del nostro focus, quanto di valutare la qualità e l’intenzionalità delle nostre scelte. In altre parole: chi decide cosa guardiamo, leggiamo, ascoltiamo? E perché?
Nonostante le critiche rivolte a piattaforme come TikTok – spesso accusate di superficialità e dipendenza – Immerwahr ricorda che molte persone le usano per condividere contenuti creativi, poetici, persino educativi. Non è la tecnologia in sé il problema, ma il modo in cui la utilizziamo. Il tempo di attenzione non è andato perduto: si è semplicemente spostato, adattato, riformulato. Il pericolo semmai sta nel lasciare che siano solo gli algoritmi a determinare per noi ciò che merita attenzione.
Questa riflessione è cruciale anche per chi si occupa di salute mentale. Troppo spesso parliamo della “distrazione digitale” solo in termini di danno, trascurando il fatto che i nuovi media possono anche offrire occasioni di incontro, espressione, ascolto. Saper riconoscere il rumore di fondo, senza rinunciare alla possibilità di scegliere cosa ci nutre davvero, è forse la sfida più importante del nostro tempo.
📚 Fonte: Daniel Immerwahr, “What if the Attention Crisis Is All a Distraction?”, The New Yorker, 27 gennaio 2025
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