Un nuovo studio APA invita a guardare oltre gli allarmismi e a costruire un uso più consapevole della vita online
Il tempo che passiamo sui social media ci sta davvero rendendo infelici? E soprattutto: si può parlare di vera e propria dipendenza? Su queste domande si è aperto un dibattito crescente, spesso polarizzato tra chi vede nei social uno strumento di connessione e chi li considera responsabili del malessere psicologico, soprattutto tra i più giovani.
A fare chiarezza è il numero di aprile/maggio 2025 del Monitor on Psychology dell’American Psychological Association (APA), che analizza i dati più aggiornati per rispondere a un interrogativo cruciale: quanto contano davvero i social media nel nostro benessere mentale?
La risposta, come spesso accade in psicologia, è: dipende.
Non è solo una questione di tempo
Secondo gli esperti intervistati, non esiste una soglia “tossica” di ore online valida per tutti. Conta molto di più come utilizziamo le piattaforme: la fruizione passiva (scrollare senza interagire) è associata a una maggiore insoddisfazione, mentre l’interazione attiva, empatica e mirata può contribuire a rinforzare le relazioni sociali e il senso di appartenenza.
La dipendenza? Una definizione da maneggiare con cura
Parlare di social media addiction può essere fuorviante. A differenza delle dipendenze da sostanze, qui non c’è una chiara disfunzione neurologica, ma piuttosto un uso disfunzionale che può interferire con la vita quotidiana: sonno, studio, relazioni, autostima. Per questo, alcuni studiosi preferiscono usare espressioni come problematic social media use o uso compulsivo.
Adolescenti e giovani adulti: la fascia più a rischio
A essere maggiormente esposti sono i più giovani, soprattutto se in condizioni di fragilità preesistente. Bassi livelli di benessere percepito, isolamento offline, ansia sociale o scarsa autostima possono rendere l’esperienza sui social più rischiosa, alimentando circoli viziosi di confronto sociale, paura di esclusione e dipendenza dall’approvazione altrui.
Verso un approccio educativo
Il messaggio dell’APA è chiaro: serve meno moralismo e più educazione digitale, a partire dalle scuole, dai genitori e dagli stessi strumenti di prevenzione pubblica. Demonizzare i social media non aiuta. Ma riconoscerne i rischi, soprattutto tra i più giovani, e promuovere un uso consapevole è una responsabilità collettiva.
📖 Fonte: Monitor on Psychology – American Psychological Association, aprile/maggio 2025 https://www.apa.org/monitor/2025/04-05/playtime-social-media-addiction-happiness
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