La resilienza sul lavoro può ispirare, ma anche generare ansia quando diventa confronto, distanza o standard impossibile da raggiungere.

La resilienza è diventata una delle parole più usate nel mondo del lavoro. Si chiede alle persone di essere resilienti davanti al cambiamento, ai carichi crescenti, alle scadenze, alle crisi organizzative, all’incertezza. In sé non è un concetto negativo: saper reggere le difficoltà, adattarsi e ritrovare equilibrio è una risorsa importante. Ma una ricerca citata dall’American Psychological Association suggerisce che la resilienza, quando la osserviamo negli altri, può avere effetti diversi: può ispirarci, ma può anche farci sentire più ansiosi.

Lo studio, pubblicato sul Journal of Applied Psychology, parte da una domanda molto concreta: che cosa succede quando lavoriamo accanto a colleghi particolarmente resilienti? In una prima ricerca online, 320 lavoratori adulti hanno ricordato un episodio in cui un collega aveva mostrato alta o bassa resilienza. In generale, chi ricordava un collega molto resiliente riferiva di sentirsi più ispirato rispetto a chi pensava a un collega poco resiliente. Ma emergeva anche un altro effetto: quando quel collega resiliente veniva percepito come molto diverso da sé, i partecipanti riportavano più ansia.

Un secondo studio, condotto su 301 coppie reali di colleghi, ha confermato questa ambivalenza. Osservare un collega resiliente era associato a maggiore ispirazione, a una visione più positiva dello stress e a una performance lavorativa più adattiva. Tuttavia, quando la resilienza apparteneva a un collega percepito come distante o poco simile, aumentavano ansia, atteggiamenti meno positivi verso lo stress e performance meno adattive.

Il punto è molto interessante perché ci aiuta a leggere con più precisione una dinamica frequente nei luoghi di lavoro. Non sempre il problema è la resilienza in sé. Il problema nasce quando la resilienza diventa confronto sociale. Se vedo una persona che affronta tutto con calma e la percepisco come simile a me, posso pensare: “Forse posso farcela anch’io”. Se invece la percepisco come lontana, eccezionale, irraggiungibile, il pensiero può diventare: “Io non sarò mai così”.

Da qui nasce il rischio di una cultura della resilienza malintesa. In molte organizzazioni si celebra chi “regge sempre”, chi non si lamenta, chi continua a performare anche sotto pressione. Ma se questo modello diventa l’unico riconosciuto, può produrre l’effetto opposto: non più forza collettiva, ma senso di inadeguatezza, vergogna e isolamento in chi sta facendo fatica.

La lezione non è smettere di parlare di resilienza. È parlarne meglio. La resilienza non dovrebbe essere usata per chiedere agli individui di adattarsi a qualunque condizione, ma per costruire contesti in cui le persone possano sostenersi, imparare strategie, riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto senza sentirsi meno capaci.

In questo senso, il collega resiliente può essere una risorsa se diventa ponte, non metro di giudizio. Se condivide strategie, normalizza la fatica, mostra che anche la forza passa da pause, confini e supporto, allora può ispirare. Se invece viene trasformato in modello implicito di prestazione permanente, rischia di aumentare la pressione su tutti gli altri.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, June 2026, sintesi dello studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology, DOI: 10.1037/apl0001369.

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