Paolo Cognetti, celebre scrittore italiano e vincitore del Premio Strega nel 2017 con Le otto montagne, ha scelto di condividere pubblicamente una delle fasi più difficili della sua vita. Dimesso di recente dal reparto psichiatrico dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, dove era stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per una “grave depressione sfociata in una sindrome bipolare con fasi maniacali,” Cognetti ha raccontato la sua esperienza in un’intervista a La Repubblica. Con le sue parole, ha cercato di rompere il muro di silenzio che avvolge le malattie mentali e di accendere un faro sullo stigma che le circonda.

“Le malattie nervose non devono essere una vergogna da nascondere, perché la risalita comincia accettando chi realmente si è,” ha dichiarato, sintetizzando un messaggio universale di accettazione e consapevolezza.

La sua testimonianza offre un ritratto lucido di una condizione che molti vivono ma pochi raccontano. Lo scrittore ha descritto il progressivo peggioramento della sua salute mentale, cominciato nei mesi primaverili ed estivi, quando “il morso della depressione” ha svuotato la sua percezione del mondo: “Anche la montagna era solo una montagna, un albero solo un albero, e un ruscello solo un ruscello.” La situazione è precipitata con l’insorgenza di una fase maniacale: “Mi sono accorto che il mio pensiero e il mio linguaggio acceleravano. Gli amici mi hanno fatto notare che facevo cose strane.”

Un intervento tanto difficile quanto necessario – il ricovero in TSO – ha rappresentato un momento di svolta per Cognetti. Durante questo periodo, ha avuto modo di riflettere sul delicato equilibrio tra follia e creatività, un tema che attraversa gran parte della sua produzione letteraria. “Siamo obbligati ad apparire sani, forti e colmi di gioia. Io però sono uno scrittore: per me è tempo di alzare il velo che nasconde il dolore,” ha dichiarato, sottolineando la necessità di autenticità in un mondo che spesso pretende una facciata di perfezione.

Uno stigma ancora radicato nella società

Le parole di Cognetti mettono in luce un tema più ampio e universale: lo stigma sociale legato alle malattie mentali. Ancora oggi, la depressione e i disturbi psichici sono spesso trattati come argomenti scomodi, se non addirittura ignorati. Lo scrittore li ha descritti come “un fiume carsico in piena, negato e ignorato per mantenere l’illusione di una società felice.” La sua denuncia evidenzia quanto sia importante superare i pregiudizi per affrontare in maniera efficace queste problematiche.

Il racconto di Cognetti invita anche a riflettere sull’equilibrio necessario tra la lotta allo stigma e il riconoscimento del ruolo fondamentale della medicina. Nonostante la necessità di umanizzare il discorso sulle malattie mentali, lo scrittore ha voluto ricordare che psichiatria, farmaci e terapie sono strumenti indispensabili nel percorso di guarigione.

“È cruciale che la sensibilizzazione non alimenti nuovi pregiudizi contro medici e terapie, ma piuttosto che li valorizzi come alleati nella lotta contro il disagio psichico,” ha dichiarato un esperto interpellato sull’argomento.

Il ruolo dei media nella normalizzazione del dialogo

L’intervista di Cognetti, pubblicata su Repubblica, rappresenta un esempio significativo di come i media possano contribuire a scardinare i tabù legati alla salute mentale. Quando figure pubbliche decidono di raccontare il proprio vissuto, il loro messaggio acquisisce una forza straordinaria, capace di raggiungere trasversalmente un vasto pubblico e di stimolare così una riflessione collettiva.

La visibilità mediatica è un elemento cruciale per cambiare la percezione sociale delle malattie mentali. Raccontare che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di coraggio, può contribuire a creare una cultura più inclusiva e empatica. Come ha osservato lo stesso Cognetti: “Non si deve mai rinunciare all’amore, che non ritorna.” Un pensiero che estende all’amore per se stessi e alla capacità di affrontare il dolore con dignità e speranza.

Rendere pubblico il proprio disagio non è solo un atto di coraggio personale, ma un contributo concreto alla costruzione di una società più aperta e solidale. Le parole di Cognetti tracciano un percorso che tutti noi siamo chiamati a seguire: normalizzare il dialogo, abbattere le barriere e promuovere una consapevolezza collettiva che nessuno debba mai sentirsi solo nella propria sofferenza.

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