I dati pubblicati lo scorso dicembre dal Ministero della Salute raccontano un Paese, l’Italia, in cui sempre più persone con problemi legati alla salute mentale vengono assistite dai centri specialistici presenti sul territorio. Dal 2022 al 2023, infatti, c’è stato un aumento dell’utenza pari al 10%, con oltre 850.000 italiani (contro i 776.829 dell’anno precedente) che hanno chiesto aiuto e di questi ben 273.172 si sono rivolti ai DSM per la prima volta nell’anno, col 94,7% di loro che non aveva neppure mai avuto precedenti esperienze di cura. Persone che sono entrate in contatto con i DSM per la prima volta nella loro vita, accendendo così un faro ancor più luminoso su una tematica, quella della salute mentale, sempre più importante nel dibattito pubblico e per i cittadini.
Un aumento che non si può ignorare
Ma che cosa raccontano i numeri del report? Leggendolo si scopre come le fasce di età più colpite siano quelle tra i 45 e i 64 anni, con un picco in quella dai 45 ai 54. Meno numerosi, invece, sono i giovani sotto i 25 anni e gli anziani sopra i 75, una possibile indicazione di bisogni sottostimati o di difficoltà nell’accesso ai servizi. Non sorprende inoltre che, insieme al numero di pazienti, siano aumentate anche le prestazioni erogate: nel 2023, queste hanno superato i 9,6 milioni, rispetto ai 9,3 milioni dell’anno precedente. Una crescita che mette in evidenza quanto il sistema sanitario sia sotto pressione e le difficoltà che deve affrontare.
L’attività nei pronto soccorso e negli ospedali
Gli accessi ai pronto soccorso per problemi legati ai disturbi mentali sono infatti cresciuti, passando dai 547.477 del 2022 ai 573.663 del 2023. Una tendenza che riflette un sistema che interviene spesso in situazioni di emergenza, piuttosto che nella prevenzione, la quale richiede più fondi e dedicati ad iniziative territoriali. Altri due dati eloquenti riguardano i ricoveri ospedalieri, con i 144.246 adulti affetti da diagnosi di disturbi mentali, e i trattamenti sanitari obbligatori (TSO), che hanno coinvolto 4.879 pazienti, pari al 5,7% dei ricoveri psichiatrici totali. Infine emerge come la durata della degenza media sia stata pari a 12,4 giorni.
Di fronte una domanda crescente la risposta esibita risulta però insufficiente, perché le risorse umane specializzate messe in campo non solo non tengono il passo coi crescenti accessi al sistema, ma scarseggiano sempre di più. Il personale nelle unità operative psichiatriche pubbliche è infatti calato a 29.114 unità nel 2023, rispetto alle 30.101 del 2022. E questa riduzione colpisce tutte le figure professionali, dagli psichiatri agli psicologi, fino agli infermieri. Proprio ora che la domanda cresce viene quindi meno il numero di professionisti in campo, i quali, per accogliere e curare chi ha bisogno, lavorano senza sosta.
Donne, uomini e il peso della salute mentale
Sempre analizzando le statistiche, emergono poi delle importanti differenze tra uomini e donne, e quindi nella prevalenza di alcuni disturbi in specifici gruppi. Gli uomini, ad esempio, sono più colpiti da disturbi come la schizofrenia e l’abuso di sostanze, mentre le donne riportano tassi più elevati di depressione e di ansia. Secondo i dati tra le donne il tasso di depressione è quasi doppio rispetto a quello degli uomini: 45,9 casi contro 26,4 ogni 10.000 abitanti.
Queste differenze riflettono non solo fattori biologici, ma anche pressioni sociali e culturali diverse, come il peso dei ruoli di cura, spesso non riconosciuti, che gravano maggiormente sulle donne. Nel corso degli ultimi anni abbiamo poi assistito anche un crescente numero di articoli di cronaca che ancora, purtroppo, raccontano un Paese in cui la parità di genere arranca o regredisce.
Il costo della cura: farmaci e disuguaglianze
Infine c’è il capitolo spese e quindi welfare. Nel 2023, la spesa per antidepressivi ha superato i 400 milioni di euro, con 38 milioni di confezioni distribuite. Gli antipsicotici, invece, hanno generato una spesa di 84 milioni di euro, mentre il litio, essenziale per i disturbi bipolari, ha raggiunto i 3,8 milioni di euro. Tuttavia, e peraltro nonostante la diffusione del trattamento farmacologico, l’accesso alle cure rimane disomogeneo, con anche forti differenze regionali che, proprio in vista di una maggiore autonomia, sollevano più di un interrogativo. Come si potrà garantire l’accesso alle cure a tutti in un contesto di partenza già disomogeneo?
Quali sono le cause di questa emergenza e che cosa si può fare?
La pandemia di COVID-19 ha sicuramente lasciato un segno, ma non è l’unico fattore. L’isolamento sociale, lo stress lavorativo e le crescenti difficoltà economiche hanno contribuito ad aumentare la fragilità psicologica di molti italiani. Al tempo stesso, la maggiore consapevolezza pubblica e le azioni intraprese dagli enti territoriali e associativi hanno condotto più persone a chiedere aiuto, rompendo così lo stigma che per troppo tempo ha circondato la salute mentale.
Tuttavia, e guardando al futuro, risulta evidente come la cura da sola non sia più sufficiente nel rispondere ai bisogni attuali; occorre investire in prevenzione e farlo velocemente. Investire in personale qualificato, ampliare i servizi territoriali e sfruttare le nuove tecnologie, come la telemedicina: sono tutti passi fondamentali per affrontare efficacemente la tematica della salute mentale.
La quale richiede anche un radicale cambiamento sul piano culturale, con campagne di sensibilizzazione ed interventi educativi nelle scuole e nei luoghi di lavoro, per aiutare a ridurre lo stigma sociale e promuovere una maggiore attenzione al benessere psicologico. La salute mentale riguarda tutti noi. Affrontarla non è solo una responsabilità delle istituzioni, ma una sfida collettiva che richiede impegno, comprensione e solidarietà.
Approfondimenti su: https://www.sanita33.it/governo-e-parlamento/4600/salute-mentale-oltre-850mila-italiani-assistiti-il-rapporto-del-ministero-della-salute.html
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