Viviamo immersi in una cultura della competizione: più titoli, più like, più visibilità, più risultati. Eppure, non sempre competere ci fa bene. Lo dimostra la ricerca del professor Stephen Garcia, psicologo sociale all’Università del Michigan, che ha dedicato anni allo studio degli effetti psicologici della competizione. I suoi risultati ci obbligano a riconsiderare molte convinzioni date per scontate.
Il primo dato sorprendente è quello che Garcia chiama “Effetto N”: più persone competono, meno siamo motivati a partecipare. Se in classe ci sono 50 studenti, tenderemo a sentirci meno coinvolti in una sfida rispetto a quando siamo in 5. La competizione, in altre parole, non motiva sempre, anzi: può paralizzare, perché aumenta la percezione di fallimento e riduce il senso di controllo.
Ma non è tutto. La competizione tra amici o persone vicine è spesso più tossica di quella tra sconosciuti. Perché tocca corde identitarie, relazionali, affettive. Competere con un collega o un amico per un premio, un ruolo o un riconoscimento può minare il rapporto, generare rancore o svalutazione reciproca.
🔁 Dalla competizione sociale al confronto con sé stessi
Garcia distingue tra due forme di competizione:
- La “competizione sociale”, basata sul confronto con gli altri, e
- La “competizione autonoma”, centrata sul miglioramento personale.
Solo la seconda è psicologicamente sana. Mentre il confronto sociale esaspera ansia e insicurezza, il confronto con sé stessi può favorire la crescita e la resilienza.
🤳 Il paradosso dello status
In un’epoca dominata dalla visibilità, Garcia sottolinea un altro paradosso: più ostentiamo status, meno siamo percepiti come avvicinabili o affidabili. Chi ostenta ricchezza o successo viene spesso evitato. È un’informazione cruciale per il benessere relazionale: la connessione umana si basa sull’autenticità, non sulla superiorità.
🛠 Come uscirne?
Garcia propone alcune strategie utili:
- Riconoscere quando la competizione è dannosa: non tutto è una gara.
- Favorire ambienti cooperativi: a scuola, al lavoro, nelle relazioni.
- Allenare la grit, cioè la determinazione, non la vittoria a tutti i costi.
- Spostare il focus sul miglioramento personale, coltivando un growth mindset.
La competizione può essere stimolo, ma non deve diventare trappola. Capire i suoi meccanismi ci aiuta a costruire contesti più umani, empatici e sostenibili, dove crescere è possibile senza sentirsi costantemente inadeguati.
📎 Fonte
APA – Speaking of Psychology podcast, ep. 248 (2025): “The psychology of competition” with Prof. Stephen Garcia
Potrebbe interessarti:
12/07/2026
Quando parliamo di salute mentale, usiamo spesso la parola “vulnerabilità”. Serve, ma può diventare una gabbia. Rischia di farci pensare che alcune persone siano semplicemente più [...]
12/07/2026
Da anni il dibattito internazionale sulla salute mentale insiste su un punto decisivo: ridurre il più possibile il ricorso alla coercizione in psichiatria, cioè ricoveri involontari, [...]
12/07/2026
Il 2025 di European Psychiatry racconta una trasformazione più ampia della ricerca in salute mentale. L’editoriale di bilancio della rivista segnala un anno di forte produzione [...]
12/07/2026
La salute mentale pubblica parte da un’idea semplice, ma molto impegnativa: non basta curare chi arriva ai servizi. Bisogna anche prevenire la sofferenza, promuovere benessere, rafforzare [...]





