L’Italia è un Paese che invecchia e dove forse, anche per questo, si fatica ancora a superare alcuni schemi figli del secolo scorso, come ad esempio quello che vede nella donna il principale caregiver famigliare. Già nel 2021, un documento redatto dal Servizio Studi della Camera dei Deputati evidenziava come in Italia i caregiver famigliari fossero in prevalenza donne (30%) rispetto agli uomini (23%). Nel complesso, nel nostro Paese vi sono 7,3 milioni di persone, pari al 14,9% della popolazione, che si occupano di gestire un famigliare.
Il peso del gender gap nel ruolo di cura
Il trend italiano è presente anche altrove e conduce, chi si occupa dell’assistenza un famigliare non più autosufficiente, ad essere soggetto a carichi emotivi e fisici tutt’altro che trascurabili. Si può, infatti, incorrere in insonnie, ansie, depressione e stress, tutti sintomi che si manifestano maggiormente nelle donne rispetto agli uomini, nonché a interruzioni della carriera professionale per poter assistere un famigliare, con il relativo impatto economico e sociale. Sono poi per lo più donne che svolgono già più ruoli, come quello di moglie e madri, in famiglie con nuclei sempre più ridotti, ma dalle esigenze più ampie e particolareggiate. In parte perché l’allungarsi dell’aspettativa di vita ha comportato anche il protrarsi nel tempo di quadri clinici stabili, ma più complessi, e poi perché anche i giovani – soprattutto post-Covid19 – presentano oggi problematiche più acute rispetto al passato, legate ad una maggiore incidenza di ansia e di depressione. A ciò si aggiunge poi una cultura della performance che non tiene affatto conto di questi fattori ed anzi, concorre ad alimentare il senso di colpa e di inadeguatezza.
La complessità del post-partum
Vi è poi un ulteriore fattore che si somma e anticipa i precedenti, ed è il fatto che una madre, prima ancora di potersi occupare degli altri, ha il dovere di prendersi cura di sé. In particolare, i dati del SSN ci mostrano come circa il 10/15% delle donne sia colpita dalla sindrome post-partum e di come il 60% delle strutture che dovrebbe prendersi cura di loro non disponga delle risorse necessarie per farlo. È una sindrome che se non curata influenza negativamente sia la salute mentale della neo-mamma, sia la sua capacità di instaurare un legame positivo con il proprio bambino. Si giunge così all’odierno paradosso, dove un Paese che invecchia pretende che incessanti attenzioni dalle donne, a scapito della loro salute dapprima mentale e poi fisica.
Musica e comunità: un modello replicabile
Le soluzioni? La forza del gruppo di aiuto e l’intervento precoce con la prevenzione e la formazione. Quest’ultima dovrebbe riguardare le pratiche sul come occuparsi adeguatamente delle esigenze della persona assistita, e dovrebbero essere a carico del personale del SSN. Sempre al SSN il compito di intercettare e offrire percorsi di aiuto a chi aiuta, con psicologi e percorsi di gruppo volti alla condivisione dell’esperienza di accudimento. Sul fronte delle neo-mamme, invece, alcune evidenze mostrano come gli incontri di gruppo, con a tema il canto, possano migliorare significativamente lo stato emotivo post parto, offrendo al contempo un’alternativa terapeutica non farmacologica.
Verso un cambiamento culturale
Esperienze come quella del canto in gruppo suggeriscono come interventi basati sull’espressività e sulla socialità possono essere una risposta concreta alle sfide che le donne affrontano. Progetti simili potrebbero inoltre essere estesi anche ad altre categorie di donne caregiver, creando momenti di sollievo e connessione per chi vive situazioni di isolamento e stress cronico. La chiave del successo di questi programmi risiede nella loro capacità di integrare supporto emotivo e creatività.
Tuttavia, è fondamentale un cambio culturale che coinvolga politiche pubbliche, modelli culturali e interventi di supporto pratici, con l’obiettivo comune di superare lo stigma e affrontare così il peso che tuttora le donne portano nella società. È essenziale riconoscere il valore del lavoro di cura e redistribuire le responsabilità, garantendo alle donne maggiore accesso a risorse e pari opportunità.
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