Lo sharenting nasce spesso dal desiderio di condividere momenti importanti, ma oggi foto e video dei bambini costruiscono una traccia digitale che può durare nel tempo.
Le prime foto, il compleanno, la recita, la vacanza, il primo giorno di scuola. Per molti genitori condividere online momenti della vita dei figli è diventato un gesto quotidiano, quasi naturale. L’American Psychological Association dedica un approfondimento a questo fenomeno, ormai definito sharenting: la pubblicazione sui social di immagini, video o informazioni personali sui propri figli.
Il punto di partenza non è giudicare i genitori. Anzi: l’articolo ricorda che lo sharenting risponde spesso a bisogni antichi e comprensibili, come sentirsi vicini alla famiglia, condividere tappe importanti, ricevere sostegno e conferme. Il problema è che il contesto è cambiato. Quello che un tempo restava in un album di famiglia oggi entra in piattaforme commerciali, algoritmi, archivi digitali e pubblici potenzialmente molto più ampi.
Secondo i dati citati dall’APA, in un sondaggio del 2021 oltre il 75% dei genitori dichiarava di condividere informazioni sui figli sui social; 8 su 10 avevano tra i follower persone mai incontrate; l’81% usava il vero nome del bambino e meno di un genitore su quattro chiedeva il consenso prima di pubblicare.
La questione riguarda quindi privacy, sicurezza, autonomia e identità. Ogni contenuto può contenere dettagli non immediatamente visibili: il logo della scuola, una via, una targa, una geolocalizzazione, una routine. L’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di complessità: volti e immagini dei minori possono diventare materiale per manipolazioni, deepfake o usi non previsti.
Ma c’è anche un tema più profondo di salute mentale e sviluppo: chi possiede la storia digitale di un bambino? Un figlio può crescere trovando online pezzi della propria vita che non ha scelto di rendere pubblici. Immagini buffe, crisi di pianto, momenti intimi o difficoltà personali possono diventare parte di una reputazione digitale costruita da altri.
La risposta non deve essere il panico, ma una nuova educazione alla condivisione. Chiedersi prima di pubblicare se quel contenuto potrebbe imbarazzare il bambino oggi o domani, evitare informazioni identificabili, usare canali privati, rivedere le impostazioni di privacy, chiedere il consenso quando possibile: sono piccoli gesti che restituiscono ai figli rispetto e agency.
La sfida è culturale: passare dal “posso postarlo?” al “è giusto postarlo?”. Perché proteggere la salute mentale dei più piccoli significa anche custodire il loro diritto a crescere senza che ogni frammento della loro vita sia già stato consegnato alla rete.
Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, June 2026, “What Parents Need to Know Before Sharing Their Children’s Lives Online”.
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