Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, anche la salute mentale è entrata nel dominio del digitale. Ma che tipo di relazione si sta creando tra mente umana e sistemi automatizzati di supporto emotivo? A luglio 2025, il portale Nurse24 ha pubblicato un approfondimento che porta l’attenzione su un fenomeno emergente e ancora poco discusso: quello delle relazioni disfunzionali con chatbot “empatici”.
Alcuni specialisti parlano già di “psicosi da chatbot”, per descrivere situazioni in cui adolescenti e giovani adulti sviluppano un attaccamento emotivo eccessivo a sistemi conversazionali basati sull’AI, fino a perdere il contatto con la realtà relazionale. Il fenomeno non è ancora clinicamente codificato, ma è segnalato con crescente frequenza nei servizi di salute mentale giovanile, specialmente in contesti dove solitudine, insicurezza e disagio trovano nei chatbot un rifugio costante.
Ma il digitale non è solo rischio. Lo stesso articolo di Nurse24 riporta i risultati di una sperimentazione italiana condotta su 210 pazienti con sintomi depressivi e ansiosi, seguiti attraverso l’uso dell’applicazione Therabot – un sistema di intelligenza artificiale pensato per supportare, e non sostituire, la relazione terapeutica.
I risultati sono sorprendenti:
🔹 –51% dei sintomi depressivi
🔹 –31% dei livelli di ansia
🔹 miglioramenti percepiti anche nel sonno e nella stabilità dell’umore
dopo un ciclo di 8 settimane di utilizzo quotidiano. Lo studio, tuttora in fase di peer review, è stato condotto da un gruppo multidisciplinare di psicologi, psichiatri e sviluppatori dell’area milanese, in collaborazione con ATS Lombardia e una struttura ospedaliera pubblica (fonte: Nurse24, luglio 2025).
Questa doppia realtà ci pone di fronte a una domanda fondamentale: come garantire che gli strumenti digitali per la salute mentale siano usati come alleati, e non come sostituti o surrogati delle relazioni umane?
La tecnologia, da sola, non basta. L’efficacia di una terapia – digitale o tradizionale – dipende dalla sua capacità di integrarsi in un percorso, non di rimpiazzarlo. Come spiegano anche i documenti dell’OMS (World Mental Health Report 2022) e dell’Unione Europea (Mental Health Strategy 2023), l’innovazione deve essere sempre accompagnata da garanzie etiche, formazione degli operatori, trasparenza algoritmica e supervisione clinica.
Inoltre, serve una nuova alfabetizzazione emotiva e digitale, soprattutto tra i più giovani. Non per demonizzare l’uso dell’AI, ma per insegnare a riconoscere i limiti, a distinguere il bisogno di relazione dal bisogno di sollievo, e ad affidarsi – quando serve – a persone reali.
La salute mentale digitale non è buona o cattiva in sé. È uno strumento potente, che può accelerare l’accesso alle cure o confondere le percezioni, a seconda di come viene progettato e utilizzato. Il compito di chi lavora nella salute, nell’educazione e nella comunicazione è oggi quello di orientare, non sostituire. Accompagnare, non delegare. Affiancare, non automatizzare.
La tecnologia non è il problema. Il punto è cosa ci aspettiamo da essa: se una risposta pronta o un percorso di cura. E se il rischio è dimenticare il valore dell’altro, della relazione autentica, allora dobbiamo tornare a costruire – anche nel digitale – spazi dove sia possibile ascoltarsi davvero.
📌 Fonti principali:
- Nurse24.it, “Salute mentale digitale: rischi e opportunità tra social e AI”, luglio 2025
- OMS, World Mental Health Report, 2022
- Commissione Europea, Mental Health Strategy, giugno 2023
- ATS Lombardia, progetto sperimentale “Therabot”, dati divulgati in occasione del Digital Health Summit, Milano 2025
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