Internet non è una malattia. I videogiochi non sono una malattia. I social non sono, di per sé, un problema clinico. Anzi: il digitale può creare relazione, accesso, informazione, comunità. Ma la ricerca in salute mentale ci invita a guardare con attenzione a una zona più delicata: quando alcuni comportamenti online diventano ripetitivi, difficili da controllare e capaci di compromettere vita quotidiana, relazioni, studio, lavoro e benessere psicologico.
Un contributo pubblicato su European Psychiatry richiama il fatto che l’ICD-11, la classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, include i disturbi dovuti a comportamenti di dipendenza, tra cui il gambling disorder e il gaming disorder. Entrambi possono avere una dimensione online, dato il ruolo ormai centrale di internet nelle abitudini contemporanee. Il testo segnala inoltre l’interesse crescente verso altri comportamenti online, come l’uso problematico dei social media, che non vanno confusi automaticamente con una diagnosi, ma che possono rientrare nel dibattito clinico e di salute pubblica quando assumono caratteristiche disfunzionali.
È un tema importante soprattutto perché riguarda ambienti molto frequentati da adolescenti e giovani adulti. Il punto, però, non è costruire una narrazione moralistica sul digitale. Non serve dire che “i social fanno male” o che “i videogiochi rovinano i ragazzi”. Serve, invece, capire quando l’uso diventa perdita di controllo, isolamento, riduzione del sonno, evitamento della vita reale, ricerca compulsiva di gratificazione o fuga da emozioni difficili.
Da questo punto di vista, la prevenzione deve essere educativa, non punitiva. Significa aiutare bambini, adolescenti, famiglie e scuole a sviluppare competenze digitali, emotive e relazionali. Significa anche formare i servizi a intercettare nuovi segnali di disagio, senza patologizzare ogni comportamento online.
La domanda giusta non è: “quanto tempo passi online?”. È anche: “che cosa ti dà quel tempo?”, “che cosa ti toglie?”, “lo scegli o non riesci più a farne a meno?”. Nel digitale, come nella vita offline, la salute mentale passa dalla qualità delle relazioni, dalla libertà di scelta e dalla possibilità di restare connessi senza perdersi.
Fonte: Marc N. Potenza, Online Behavioral Addictions, European Psychiatry, doi: 10.1192/j.eurpsy.2025.35.
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