Finora abbiamo discusso soprattutto di come l’intelligenza artificiale possa cambiare il lavoro, la scuola, la sanità o l’informazione. Ma sta emergendo un terreno forse ancora più delicato: l’AI sta iniziando a competere con le relazioni umane.

In Cina stanno crescendo chatbot e “compagni virtuali” capaci di simulare conversazioni continuative, ascolto emotivo e forme di vicinanza affettiva. Non si tratta più soltanto di strumenti digitali che rispondono a domande o svolgono compiti. In alcuni casi, questi sistemi vengono usati come interlocutori quotidiani: qualcuno con cui confidarsi, sfogarsi, parlare nei momenti di solitudine.

Un recente articolo del Guardian racconta il caso di giovani utenti cinesi che si rivolgono a chatbot come Doubao, piattaforma sviluppata da ByteDance, per costruire una forma di relazione artificiale. Il dato più interessante non è tecnologico, ma sociale: alcuni utenti dichiarano di preferire il dialogo con l’AI perché non comporta il timore di essere giudicati, rifiutati o di “pesare” sugli altri.

Una relazione umana richiede reciprocità, tempo, ambiguità, ascolto, conflitto, rischio. Un compagno artificiale, al contrario, può apparire sempre disponibile, adattivo, rassicurante, privo di attrito. Proprio questa caratteristica può renderlo attraente per persone sole, adolescenti, anziani o soggetti emotivamente vulnerabili.

La Cina ha deciso di intervenire. Dal 15 luglio 2026 sono entrate in vigore norme nazionali sui servizi di intelligenza artificiale che simulano personalità e interazioni umane continuative. Le regole chiedono ai fornitori di evitare forme di dipendenza emotiva, segnalare chiaramente che l’utente sta interagendo con una macchina e vietano ai minori l’accesso a servizi che simulano relazioni intime, partner virtuali o familiari artificiali.

Il punto non è sostenere che l’AI “sostituirà” le relazioni umane. Oggi non esistono prove sufficienti per affermarlo in modo scientificamente solido. Il tema è più sottile: l’AI sta iniziando a occupare spazi emotivi che prima appartenevano soltanto alle persone.

Questo apre domande nuove.

Può un chatbot ridurre temporaneamente il senso di solitudine? Probabilmente sì, almeno per alcuni utenti. Ma quali effetti produce nel lungo periodo sulla capacità di costruire relazioni reali? Può diventare un supporto utile o rischia di rafforzare l’isolamento? E come si proteggono i più giovani da sistemi progettati per essere sempre più convincenti, personalizzati e affettivamente coinvolgenti?

Se cresce il ricorso a relazioni artificiali, forse non dobbiamo guardare solo alla tecnologia, ma anche al contesto sociale che la rende desiderabile: solitudine urbana, fragilità dei legami, pressione scolastica e lavorativa, famiglie più piccole, minore accesso a luoghi informali di incontro.

L’AI companion è quindi un segnale debole ma importante: non racconta soltanto il futuro dell’intelligenza artificiale, ma anche le difficoltà delle società contemporanee nel generare appartenenza, fiducia e relazioni reali.

La sfida non è demonizzare la tecnologia. È evitare che diventi il surrogato più efficiente di una comunità che non funziona più.

Fonti:

  • The Guardian, Amy Hawkins e Yu-chen Li, “In China, talking to AI is normal. Now the government fears it might replace human intimacy”, 26 agosto 2026.
  • Cyberspace Administration of China, norme nazionali sui servizi AI che simulano personalità e interazioni umane, in vigore dal 15 luglio 2026.
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