L’intelligenza artificiale ci sta cambiando. Non è solo un cambiamento nel modo in cui cerchiamo informazioni o organizziamo i compiti quotidiani: riguarda anche il modo in cui pensiamo. Un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports dall’Università di Göteborg, in Svezia, ha osservato cosa accade al nostro cervello quando scriviamo con l’aiuto dell’AI. I risultati meritano attenzione, soprattutto per chi si occupa di salute mentale e benessere cognitivo.
Il gruppo di ricerca, coordinato da Alva Appelgren e Signe Tonér, ha coinvolto 63 partecipanti, chiamati a completare testi di contenuto argomentativo. Durante il test, i ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale con la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Alcuni partecipanti scrivevano senza supporto, mentre altri potevano chiedere all’AI suggerimenti per proseguire.
La differenza è stata evidente: quando le persone accettavano i suggerimenti dell’intelligenza artificiale, si osservava una riduzione significativa dell’attività nelle aree del cervello coinvolte nella memoria di lavoro e nella pianificazione linguistica. In sostanza, il cervello si “rilassava” e rinunciava a un certo grado di controllo.
Questo fenomeno non significa che usare l’AI sia dannoso di per sé. Ma suggerisce che, se diventa un’abitudine costante, potrebbe diminuire la nostra capacità di elaborare pensieri complessi in autonomia. Gli autori della ricerca parlano di un rischio di “attenuazione delle risorse cognitive” che potrebbero, nel lungo periodo, compromettere la capacità di ragionare in profondità, sviluppare argomentazioni articolate e conservare le informazioni nella memoria di lavoro.
Non è la prima volta che la comunità scientifica solleva domande sull’impatto della tecnologia sul cervello. Già nel 2009, Nicholas Carr, nel suo libro The Shallows, ipotizzava che internet stesse “ridefinendo i nostri processi mentali” e rendendo più superficiale la capacità di concentrazione. Oggi, con l’AI, il tema diventa ancora più delicato, perché l’intelligenza artificiale non si limita a presentarci contenuti, ma li crea insieme a noi, ridisegnando la frontiera tra pensiero umano e supporto esterno.
Come sempre, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo. Gli stessi autori dello studio di Göteborg sottolineano che l’AI può essere uno strumento prezioso, a patto che rimanga tale: un supporto e non un sostituto del ragionamento critico. Il rischio è quello di un “affidamento passivo”, dove rinunciamo alla fatica di elaborare per preferire la comodità di una soluzione immediata.
In un’epoca di cambiamenti rapidissimi, possiamo scegliere di mantenere uno spazio per la lentezza, la riflessione e la scrittura autentica. Usare l’AI non deve significare smettere di pensare. Al contrario, può essere l’occasione per diventare più consapevoli di come funziona la nostra mente e di come possiamo proteggerla, anche nell’era digitale.
(Fonti: Scientific Reports, Università di Göteborg, Doctor33)
Potrebbe interessarti:
12/07/2026
Quando parliamo di salute mentale, usiamo spesso la parola “vulnerabilità”. Serve, ma può diventare una gabbia. Rischia di farci pensare che alcune persone siano semplicemente più [...]
12/07/2026
Da anni il dibattito internazionale sulla salute mentale insiste su un punto decisivo: ridurre il più possibile il ricorso alla coercizione in psichiatria, cioè ricoveri involontari, [...]
12/07/2026
Il 2025 di European Psychiatry racconta una trasformazione più ampia della ricerca in salute mentale. L’editoriale di bilancio della rivista segnala un anno di forte produzione [...]
12/07/2026
La salute mentale pubblica parte da un’idea semplice, ma molto impegnativa: non basta curare chi arriva ai servizi. Bisogna anche prevenire la sofferenza, promuovere benessere, rafforzare [...]





