Le ferie dovrebbero servire a recuperare energie. Ma una ricerca tedesca mostra che reperibilità, stress lavorativo e difficoltà a “staccare” rischiano di svuotare il riposo del suo significato.

L’estate arriva spesso caricata di aspettative: finalmente le ferie, finalmente il tempo per dormire, viaggiare, stare con gli altri, rallentare. Eppure per molte persone il riposo non comincia davvero quando si chiude il computer. Il lavoro resta nello smartphone, nelle notifiche, nelle email controllate “solo un attimo”, nella sensazione di dover essere comunque raggiungibili.

Una ricerca della IU International University of Applied Sciences, pubblicata il 23 giugno 2026, racconta bene questa contraddizione. Lo studio, condotto su 2.004 lavoratori in Germania tra 16 e 65 anni, rappresentativi per età e genere, ha indagato il fenomeno della leisure sickness, cioè la difficoltà a recuperare davvero durante il tempo libero o le vacanze, fino a sentirsi esausti o ammalarsi proprio quando ci si dovrebbe riposare. (IU – Internationale Hochschule)

I dati sono molto chiari: il 54,4% dei lavoratori intervistati afferma che la reperibilità fuori dall’orario di lavoro compromette il recupero; il 33,5% si sente obbligato a restare raggiungibile anche nel tempo libero, quota che sale al 42,6% tra gli under 25. Quasi la metà, il 47,4%, controlla email o messaggi di lavoro fuori dall’orario ordinario, e più di un terzo, il 36,7%, lo fa persino durante le vacanze. (IU – Internationale Hochschule)

Il punto non è solo organizzativo. È psicologico. Se il corpo è in ferie ma la mente resta in ufficio, il recupero diventa parziale. La vacanza rischia di trasformarsi in una parentesi fragile, continuamente interrotta dalla possibilità che arrivi un messaggio, una richiesta, una scadenza, un problema da risolvere.

Lo studio segnala anche un paradosso: quasi tutti riconoscono il valore del tempo libero. Il 94,1% dei partecipanti considera il leisure time un’occasione preziosa per ricaricarsi. Eppure il 40,1% dice che la propria vita personale non offre abbastanza recupero per sostenere le richieste del lavoro, mentre il 38,4% afferma di non riuscire a staccare davvero dopo il lavoro. (IU – Internationale Hochschule)

Questa è la parte più utile per una riflessione di salute mentale: il riposo non può essere concentrato solo in una o due settimane l’anno. Se durante tutto l’anno viviamo in costante attivazione, se il confine tra lavoro e vita privata è sempre più poroso, le ferie rischiano di arrivare troppo tardi. Non basta “andare via” per recuperare: serve arrivare alle vacanze con una capacità minima di disconnessione già allenata.

Il messaggio non deve essere colpevolizzante. Molte persone restano reperibili perché lavorano in contesti che lo richiedono implicitamente, perché temono conseguenze, perché hanno contratti fragili o perché la cultura organizzativa premia chi risponde sempre. Per questo il tema riguarda anche le aziende, le istituzioni e il diritto alla disconnessione.

Una vacanza che cura davvero non è solo un luogo diverso. È un tempo protetto. E proteggere quel tempo significa riconoscere che il recupero non è un lusso, ma una condizione di salute, lucidità e sostenibilità del lavoro.

Fonte: IU International University of Applied Sciences, “IU Study: Summer Holidays Begin – But Recovery Remains Elusive”, 23 giugno 2026. (IU – Internationale Hochschule)

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