Stando ai dati pubblicati da Unicusano sarebbero oltre 16 milioni (3 milioni in più rispetto al 2022) le persone che soffrono di disturbi mentali come ansia e depressione, in forte aumento (rispettivamente + 26% e +28%) a seguito della pandemia di Covid-19. Un evento la cui eccezionalità ha imposto rapidi cambiamenti sociali, che hanno impattato maggiormente sui più fragili, ossia i giovani, gli anziani e le persone economicamente svantaggiate, costrette a fare i conti con sbalzi di umore, insonnia e sintomi depressivi.
È oltretutto cresciuto il ricorso al supporto farmacologico, con il 19,8% degli italiani che nel solo 2023 ha fatto uso di un ansiolitico (85,1%), un antidepressivo (51,2%) o un antipsicotico (21,4%) per fronteggiare un disagio mentale. Ed è purtroppo ancora molto diffusa la pratica del fai da te, con oltre il 44% degli italiani che gestisce autonomamente il proprio disagio mentale, senza quindi avvalersi dell’aiuto di uno specialista. D’altronde, numeri alla mano, solo uno su tre di coloro che si attivano per cercare aiuto riceve poi un supporto adeguato.
Dal report di Unicusano si scopre inoltre come la fonte principale del disagio mentale sia rappresentata dal luogo di lavoro (tema al centro dell’edizione 2024 di M4MH), con il 76% dei lavoratori che denuncia problematiche legate all’eccessivo stress, alla stanchezza e al disinvestimento emotivo. Tuttavia, i numeri che destano maggior preoccupazione sono quelli che riguardano i più giovani, ovvero quegli oltre 700.000, tra ragazzi e ragazze, che soffrono di ansia, stress e depressione. Si stima che nel mondo queste tre forme di malessere mentale interessino il 39% dei giovani tra i 18 e i 24 anni.
A crescere, come riportato dal Prof. Stefano Vicari, Ordinario di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma – intervistato da Doctor 33 Brain Health – è anche il fenomeno dell’autolesionismo (+60%), che riguarda fasce di bambini sempre più giovani. Una pratica, quella dell’autolesionismo, che però ha subito un rapido aumento ben prima del Covid-19, nel lontano 2013 quando “ci fu il crollo dei prezzi degli smartphone. Le nuove dipendenze – prosegue il Prof. Vicari –, le dipendenze comportamentali, vedono il telefonino tra i fattori di rischio principali. Noi paghiamo un così alto prezzo perché non educhiamo i bambini. Si toglie spazio alle attività ricreative, si aumenta la sedentarietà e si genera vera e propria dipendenza, con l’attivazione dei circuiti della ricompensa. Ne seguono comportamenti di craving, ricerca spasmodica; aggressività, quando viene tolto; chiari segni di vera dipendenza”.
Una dipendenza che ha però origine in rapidi mutamenti, tecnologici, sociali e relazionali, di straordinaria intensità, che hanno modificato sì i comportamenti e la salute mentale di tutti, ma non l’investimento da parte del sistema sanitario nazionale nella cura e in chi cura.
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