La salute mentale è oggi più visibile che mai. Se ne parla nei talk show, nei podcast, nelle serie TV e nei post social con l’hashtag #mentalhealth. Ma visibilità non significa automaticamente comprensione, e nemmeno rispetto.
Un recente articolo pubblicato su APA Monitor on Psychology (Settembre 2025) mette in evidenza come, nonostante i progressi, la rappresentazione della sofferenza psichica nei media rimanga spesso distorta, stigmatizzante o banalizzata.
Secondo i dati raccolti dal Media Representation Lab della University of Southern California, solo il 15% dei personaggi con disturbi mentali nei film e nelle serie viene rappresentato come in cura o supportato in modo positivo.
Al contrario, prevalgono ancora immagini di persone “instabili”, “pericolose”, isolate o etichettate come “pazze”, spesso usate per generare suspense, paura o pietà.
Nei giornali e nei titoli online, il linguaggio resta spesso impreciso o sensazionalistico. Termini come “schizofrenico”, “maniaco”, “depressa cronica” vengono utilizzati senza contestualizzazione clinica, rinforzando l’idea che chi soffre di un disturbo psichico sia irrimediabilmente fragile o imprevedibile.
Questo tipo di narrazione alimenta lo stigma e scoraggia chi vive un disagio dal chiedere aiuto. Il problema non è solo culturale, ma ha ricadute concrete: più stigma significa meno accesso alle cure, più isolamento, più rischio di cronicizzazione.
Ma il punto non è “censurare” i media, bensì chiedere maggiore responsabilità narrativa. Come sottolinea l’articolo dell’APA, raccontare la salute mentale con rigore e umanità non vuol dire edulcorarla, ma riconoscerla come parte della vita reale.
Esistono esempi virtuosi: film e serie che mostrano il percorso terapeutico, che danno voce ai familiari, che rompono il tabù del disagio nei luoghi di lavoro o nella genitorialità. Quando si raccontano con onestà le fragilità, le persone si riconoscono. E riconoscersi è il primo passo per cercare aiuto.
Anche chi comunica — giornalisti, sceneggiatori, creator digitali — ha una responsabilità: le parole che scegliamo costruiscono immaginari. E gli immaginari, nel tempo, diventano cultura.
Dobbiamo smettere di raccontare la salute mentale solo nel dolore estremo o nel dramma. Dobbiamo mostrarla anche nella quotidianità, nella fatica silenziosa, nel coraggio di chi chiede aiuto, nella dignità di chi cura e si prende cura.
La realtà è che la salute mentale non è un’eccezione. È parte della condizione umana. E merit(a) storie migliori.
📌 Fonte principale:
- Mental health in media: We’ve come a long way, but…, APA Monitor on Psychology, September 2025, pp. 44–49
📌 Fonte aggiuntiva: - University of Southern California, Media Representation Lab Annual Report, 2024
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