La crisi del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha radici profonde, legate a dinamiche sociali e decisioni politiche rimandate per anni. Oggi, l’idea di un sistema universalistico appare sempre più lontana.

I numeri sono eloquenti: l’Italia è sia il secondo Paese più anziano al mondo, con il 24% della popolazione over 65 (che nel 2030 arriverà al 30%), sia uno dei pochi Paesi che offre ai propri cittadini un sistema sanitario tra i più inclusivi. Tuttavia, a fronte di questo, destina sempre meno risorse alla sanità: appena il 6,3% del PIL, contro il 9% del Regno Unito e il 10% di Francia e Germania. È impossibile garantire servizi universali con una spesa sanitaria così ridotta. Lo dimostrano le interminabili liste d’attesa per visite specialistiche e altre criticità che mettono in evidenza la fragilità di un sistema che tenta di offrire tutto a tutti a basso costo.

Come raccontato dal Rapporto OASI 2024 del CERGAS (Centro di Ricerche sulla gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale SDA Bocconi School of Management), coordinato da Francesco Longo e Alberto Ricci, le problematiche sono molteplici. La prima riguarda le modalità per adeguare l’attuale SSN ai costi che esso comporta. Per allinearlo alla spesa degli altri grandi Paesi europei, occorrerebbero almeno 40 miliardi di euro. Tuttavia, da tempo la politica nazionale ha scelto di destinare la gran parte delle risorse del welfare al sistema pensionistico, che assorbe oggi circa il 50% dell’intero budget disponibile, contro una media europea del 35%. Gli stessi Longo e Ricci non usano mezzi termini: “Da lungo tempo, l’Italia ha preferito un sistema pensionistico generoso, bonus edilizi e una crescente enfasi sulla riduzione del cuneo fiscale, invece di incrementare il fondo sanitario”.

Questa scelta si scontra ora con l’inverno demografico: il tasso di fecondità in Italia è di appena 1,2 figli per donna, ben al di sotto della soglia necessaria per il ricambio generazionale (2,1 figli per donna). È anche inferiore alla media della maggior parte dei Paesi UE, con l’eccezione di Malta e Spagna. Inoltre, le prospettive future non sono incoraggianti: si prevede un aumento della spesa pensionistica di 50 miliardi di euro tra il 2023 e il 2027, mentre il rapporto tra lavoratori e pensionati nel 2050 raggiungerà 1:1. L’aspettativa di vita, tra le più alte in Europa, comporta ulteriori pressioni sulla sostenibilità economica del sistema sanitario.

In Italia ci sono 4 milioni di persone non più autosufficienti, ma i posti disponibili nelle RSA sono appena 280.000, con un costo per ricovero che nel settore pubblico arriva a circa 400 euro al giorno, contro una media di 100 euro nelle RSA private. La domanda sorge spontanea: chi sostiene questi costi? Anche sul fronte delle visite specialistiche emergono problemi significativi. Nonostante un aumento del numero di medici rispetto all’epoca Covid, la quantità di servizi sanitari erogati dal SSN è calata dell’8%. Nel frattempo, le prime visite prescritte da specialisti ospedalieri e medici di medicina generale (MMG) sono aumentate del 31%, mentre le prestazioni complessive sono diminuite del 10%. Di conseguenza, il 48% degli italiani sceglie di pagare privatamente le visite specialistiche, per evitare i lunghi tempi di attesa del settore pubblico. Questo problema non è solo sanitario, ma anche etico: i malati cronici senza istruzione raggiungono una buona salute solo nel 30% dei casi, contro il 70% di coloro che hanno almeno una laurea.

Infine, vi sono pratiche virtuose che tuttavia non ricevono il sostegno necessario, come il monitoraggio della compliance del paziente rispetto alle prescrizioni. Questo controllo non avviene nel 50-60% dei casi. Nei fatti, ciò che il cittadino si aspetta ancora è un sistema sanitario universalistico, che però, nei fatti, non esiste più.

Quali soluzioni?

Longo e Ricci individuano diverse possibili soluzioni. La prima consiste nel definire le reali priorità da presidiare, gestendole proattivamente anziché limitarsi a seguirne l’andamento. È necessario accettare che le risorse disponibili possano coprire solo determinati servizi, rinunciando ad altri. Si potrebbe anche migliorare l’efficienza complessiva ridistribuendo le risorse sul territorio, sebbene ciò comporti scelte impopolari. Ovviamente, un incremento dei fondi a disposizione del SSN è imprescindibile: occorrono almeno 40 miliardi di euro aggiuntivi.

La richiesta di ulteriori risorse, per quanto accompagnata da riforme, trova spesso un netto rifiuto. Ma la domanda resta: se si trovano i fondi per il welfare pensionistico e per le ristrutturazioni edilizie private, perché è così difficile garantirli per la salute pubblica? Garantire un sistema sanitario equo e sostenibile non è solo una questione economica, ma un imperativo etico e sociale.

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