Sono circa 4,5 milioni gli italiani che si dedicano regolarmente al volontariato, impiegando gran parte del proprio tempo libero in attività gratuite. Una forma di ingaggio nel sociale che si scontra però con alcuni dei dogmi della società contemporanea, attraversata da profondi cambiamenti sia sul piano economico che su quello famigliare. Ne abbiamo parlato con Carla Facchini – Professoressa senior di Sociologia della famiglia dell’Università Milano – Bicocca, nonché Presidente dell’Associazione Nestore di Milano – la quale ha iniziato la sua riflessione sul volontariato proprio partendo dai mutamenti sociali in atto.

Attualmente – racconta la Prof.ssa Facchini – stanno aumentando povertà e disuguaglianze perché è cambiato il mercato del lavoro, che vede sempre più lavoratori precari, sottopagati e senza particolari prospettive di carriera. In passato, invece, penso agli anni ’50 e ’60, quando un lavoratore entrava in azienda non solo aveva una sicurezza del posto di lavoro, ma, in non pochi casi, aveva modo di fare un percorso di crescita professionale che poteva farlo diventare, ad esempio, da operaio a caporeparto. È cambiata un’era, venendo meno non solo una mobilità interna, ma la stessa sicurezza della continuità del lavoro. Una rivoluzione legata al mutamento dell’assetto economico industriale, con l’ascesa della frammentazione del tessuto produttivo e il ridimensionamento delle, pur presenti, ma poche, grandi realtà industriali. Certo, è anche vero che in passato il lavoro era più pesante e nocivo, questo va detto, tuttavia, tra i lavoratori, specie tra gli operai c’era un senso di comunanza che favoriva anche una coesione extra lavorativa, mentre ora al suo posto c’è la competizione. E tutto ciò va spiegato perché introduce un grande problema della società di oggi, ossia quello dell’appartenenza sociale e dell’identità.

In che modo questa trasformazione della società ha influito sull’identità delle persone?

In passato era premiata la ‘continuità’ all’interno dell’azienda, perché da parte di quest’ultima c’era una progettualità sull’individuo e allo stesso tempo, fuori dal lavoro, vi erano ambiti politici e associativi che contribuivano ad una progettualità collettiva, più ampia. Non legata ad un singolo obiettivo, ma volta a collegare tra loro persone accomunate dalla volontà di tendere verso un certo orizzonte valoriale e culturale. Certo, anche oggi ci sono associazioni e ambiti che perseguono obiettivi collettivi, ma sono perlopiù legati a un “fare”, o più spesso a un “non far sì” che si realizzi qualcosa di specifico. Ad esempio, il campetto di calcio dietro casa, o il centro commerciale e così via, tutti elementi riconducibili a una settorializzazione e una strumentalità che rafforzano sempre l’individualità del singolo rispetto a una progettualità comune, al sociale, sempre in fieri. Ed è su questo aspetto che può entrare in campo con forza il volontariato.

Ed in che modo e quale dimensione riesce a saturare il volontariato?

Il volontariato, proprio alla luce di questo mutamento del contesto socio-economico, può fungere da recupero di quell’identità collettiva smarrita nelle pieghe del mutamento socio-economico occorso nel tempo. Essere un ambito dove le persone si ritrovano insieme ad altre per condividere lo spirito dell’associazione in cui ci si muove, i suoi interessi e i suoi valori. E ciò vale ancora di più per tutte quelle associazioni che si occupano di sociale e che per questo permettono l’incontro con persone con le quali altrimenti difficilmente si entrerebbe in contatto. Il volontariato favorisce infatti l’incontro con chi è al di fuori della propria cerchia più stretta, con realtà diverse, e suggerisce al contempo la presenza, per chi lo fa, di un’apertura importante, di un desiderio di appartenenza. Anche qui c’è un aspetto tutt’altro che trascurabile. Oggi quest’apertura, questo rapportarsi da parte dei volontari con persone diverse da sé, è un elemento in controtendenza rispetto a alla più marcata e diffusa compattazione tra simili. Penso ad esempio alle relazioni in rete, sui Social, dove persone che magari non si vedranno mai, si rapportano soprattutto con persone che, almeno su determinati aspetti, hanno idee molto simili, con le quali rafforzare i propri convincimenti. È come se per compensare l’assenza di un’appartenenza complessiva, ampia, con gli altri, si ricadesse in una versione più compatta di gruppi, polarizzati tra loro. Al contrario, il volontariato offre uno scambio, crea una relazione sia tra i partecipanti all’Associazione, sia tra chi offre il proprio contributo e chi lo riceve e, questo, comporta molti aspetti positivi.

Quali sono questi benefici e in chi si riscontrano maggiormente?

La relazione che si instaura attraverso il volontariato arricchisce entrambe le parti coinvolte nello scambio, perché conferisce un senso di appartenenza e di utilità. Ad esempio, i dati ISTAT, ci dicono che molti giovani fanno volontariato, soprattutto prima dell’ingresso nel mondo del lavoro, perché grazie ad esso riescono a rispondere al desiderio di rapportarsi con l’altro, di sperimentarsi mettendo in gioco delle competenze diverse rispetto a quelle impiegate altrove. Lo stesso può dirsi degli anziani, i quali, pur coi limiti posti dall’età e dalla salute, continuano a volersi mettere in gioco e ad utilizzare competenze che finiscono per arricchire la propria identità. Inoltre i dati suggeriscono che il volontariato sia legato al porsi di un’appartenenza non strettamente familistica e per questo la sua presenza cambi in base al contesto. Mi spiego meglio. Anzitutto, esiste una forte differenziazione territoriale nel fare attività di volontariato, con il nord che vede percentuali di volontari che sono circa il doppio rispetto al sud del paese. Questa differenza non può essere spiegata, credo con una difforme disponibilità di tempo nei diversi contesti, ma semmai col fatto che in molte regioni del sud il modello di identità tende ad essere molto centrato sull’appartenenza famigliare in senso stretto, mentre al nord appare maggiormente diffuso un senso di comunità più ampio. Oppure si possono citare le differenze tra le donne, che ci mostrano come tra quelle che sono inserite nel mondo del lavoro vi siano più ‘volontarie’ rispetto alle casalinghe. Un dato apparentemente controintuitivo, ma che, anch’esso, può essere spiegato con un’identità più aperta al sociale, al mondo fuori dalla famiglia, delle lavoratrici. Riassumendo, è l’incontro con l’altro, l’apertura e lo sperimentare delle competenze che guidano l’azione dei volontari. L’allargare il proprio senso di identità scoprendo di poter essere utili agli altri ed essere apprezzati per questo. Vi è quindi anche un bisogno di riconoscimento, sia sociale, sia individuale, nelle proprie capacità e nel sapersi anche ripensare. Sì, perché rapportandosi con gli altri, costruendo reti di relazioni, ci si confronta coi propri valori e si compie spesso un bagno di realtà con il mondo fuori da sé.

Ed oltre ai benefici per chi fa e chi riceve dal volontariato, qual è il suo impatto sulla società tutta?

Qui si apre un altro capitolo, che i dati ci aiutano a disegnare. Primo fra tutti la lettura. In Italia, come sappiamo, si legge pochissimo e sappiamo che esiste – seppur nel nostro paese ridotta rispetto ad altri – una relazione tra il titolo di studio e il numero di libri letti. Se però analizziamo i dati dei volontari scopriamo che il loro tasso di lettura non solo è più alto rispetto a chi non fa volontariato, ma che legge anche chi ha un titolo di studio modesto. Quindi il fare volontariato non è tanto una questione di tempo disponibile o di titolo di studio, anche se, ovviamente, questi aspetti sono rilevanti, ma di apertura rispetto al mondo, di capacità e volontà di rapportarsi agli altri. Un altro stimolo importante ci arriva dai dati sulla salute, fisica e mentale, di chi fa volontariato rispetto a chi che non lo fa. Anche in questo caso, studi longitudinali condotti all’estero mostrano come chi faccia volontariato – a parità di condizioni di salute di partenza– stia meglio rispetto a coloro che non lo fanno. L’ipotesi è che il vissuto più positivo che deriva da questo impegno, grazie a una identità solida che viene nutrita dal riconoscimento sociale e dal sentirsi utili, tende a rendere le persone più soddisfatte di sé e ciò fa stare, non solo mentalmente, ma anche, fisicamente meglio. E in un momento storico come quello odierno, dopo un’americanizzazione del mondo del lavoro che ha importato gli aspetti negativi senza quelli positivi, come ad esempio il senso di responsabilità individuale, può essere grazie anche alle realtà del volontariato che possiamo riacquisire un senso di appartenenza collettivo che faccia la differenza.

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