Il volontariato e gli atti di gentilezza non fanno bene solo a chi li riceve. La ricerca mostra che possono aumentare felicità, connessione sociale e benessere, riducendo depressione, ansia e solitudine.
È facile trovare titoli sulla solitudine, sull’isolamento, sulla polarizzazione e sulla difficoltà di stare insieme. Ma l’American Psychological Association dedica un approfondimento a una possibile risposta positiva: il comportamento prosociale. Fare volontariato, donare sangue, sostenere una causa, aiutare uno sconosciuto o anche compiere piccoli atti di gentilezza può avere effetti importanti non solo per chi riceve, ma anche per chi dà.
Secondo il 2024 World Giving Index, citato dall’APA, il 73% degli adulti nel mondo compie regolarmente atti di generosità, tra volontariato, donazioni di denaro e aiuto a persone sconosciute. Non siamo soltanto società individualiste: la disponibilità ad aiutare è ancora diffusissima.
Gli studi richiamati mostrano un legame robusto tra generosità e benessere. Lara Aknin e colleghi hanno più volte osservato che le persone riferiscono maggiore felicità quando spendono denaro o donano beni per gli altri, rispetto a quando li tengono per sé. Questo effetto emerge in gruppi diversi: studenti universitari, ex detenuti, giovani a rischio, persone con redditi più bassi in aree rurali remote. In uno studio con dati Gallup su 136 Paesi, il comportamento prosociale risultava fortemente associato alla felicità nella maggior parte dei Paesi, indipendentemente da ricchezza o povertà.
Un altro studio citato dall’articolo ha randomizzato 777 persone per due settimane: alcuni partecipanti dovevano compiere atti di gentilezza verso sé stessi, altri verso gli altri, altri ancora continuare la vita abituale. Alla fine, i punteggi di depressione diminuivano tra chi era stato gentile con sé stesso; ma chi aveva compiuto atti gentili verso gli altri riportava non solo meno depressione, ma anche meno ansia e meno solitudine. La spiegazione indicata dai ricercatori è la connessione sociale: aiutare qualcuno ci fa sentire meno chiusi nella nostra bolla.
Il volontariato appare particolarmente importante nella vita anziana. In uno studio su 5.882 adulti anziani, tutti sposati all’inizio della ricerca, alcuni partecipanti hanno perso il coniuge nel corso dei quattro anni di osservazione. In media, chi diventava vedovo si sentiva più solo; ma chi iniziava a fare volontariato per 2 o più ore alla settimana non mostrava lo stesso aumento di solitudine. La solitudine restava simile a quella di chi era rimasto sposato e faceva una quantità analoga di volontariato.
C’è anche una possibile dimensione cognitiva. Analizzando dati dello Health and Retirement Study dell’Università del Michigan su 14.521 adulti anziani tra il 2010 e il 2020, ricercatori citati dall’APA hanno osservato che quando le persone aumentavano il tempo dedicato al volontariato mostravano successivi miglioramenti nella memoria oggettiva.
Aiutare non è solo una virtù privata, ma una infrastruttura di salute pubblica. Naturalmente il volontariato non può sostituire welfare, servizi, cure o politiche sociali. Ma può rafforzare coesione, fiducia, appartenenza e senso di utilità.
Per funzionare davvero, però, deve restare scelta e non obbligo. Gli studi citati indicano che le persone sperimentano maggiore benessere quando sentono che il proprio dare è volontario e quando percepiscono che il contributo produce una differenza concreta.
In un tempo in cui la solitudine viene spesso trattata come problema individuale, questa ricerca ricorda una cosa semplice: a volte stiamo meglio non quando guardiamo più dentro noi stessi, ma quando troviamo un modo buono per tornare verso gli altri.
Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, “Volunteering and Other Kind Acts Help the Helper, Too”.
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