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Se pensa tutto l’AI, cosa resta a noi?

L’intelligenza artificiale generativa può aiutarci a lavorare meglio, più velocemente e in modo più creativo. Ma il modo in cui la usiamo fa tutta la differenza. Secondo l’approfondimento dell’American Psychological Association, il rischio non è l’AI in sé, ma l’uso passivo: quando deleghiamo troppo facilmente pensiero critico, giudizio, memoria e competenze professionali, possiamo indebolire proprio le capacità che ci rendono autonomi.

L’articolo richiama il concetto di cognitive offloading: usare strumenti esterni per ridurre lo sforzo mentale. È normale e spesso utile, come quando salviamo un promemoria o usiamo il navigatore. Ma con l’AI il salto è più profondo, perché non deleghiamo solo memoria o orientamento: deleghiamo ragionamento, scrittura, sintesi, decisione. Una ricerca su 319 knowledge workers ha rilevato che chi aveva più fiducia nell’AI tendeva a dichiarare meno pensiero critico durante l’uso dello strumento. Un altro esempio riguarda medici che, dopo l’introduzione di un sistema AI nelle colonoscopie, hanno visto diminuire il tasso di rilevazione dei polipi senza assistenza AI dal 28,4% al 22,4% nei tre mesi successivi.

Il messaggio, però, è positivo: l’AI può anche sostenere competenze, se usata in modo strutturato. Non “fammi il lavoro”, ma “aiutami a pensare meglio”: prima ragiono io, poi chiedo confronto, revisione, alternative, punti ciechi. La domanda non è se usare l’AI, ma come usarla senza smettere di esercitare la mente.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, “How AI Is Reshaping Human Skills and Thinking”.

La generazione che dorme troppo poco

Dormire poco non è solo una cattiva abitudine adolescenziale. È un tema di salute pubblica. Una sintesi APA richiama uno studio pubblicato su JAMA, basato su 120.950 studenti delle scuole superiori coinvolti nello Youth Risk Behavior Survey, secondo cui tra il 2007 e il 2023 è aumentata la quota di adolescenti che dormono troppo poco.

I ricercatori hanno definito “sonno insufficiente” dormire 7 ore o meno per notte e “sonno molto breve” dormire 5 ore o meno. La percentuale di studenti con sonno insufficiente è salita dal 68,9% al 76,8% tra il 2007 e il 2023. L’aumento più forte riguarda il sonno molto breve, passato dal 15,8% al 23,0%.

Il punto interessante è che lo studio non attribuisce tutto solo a schermi o sedentarietà. Le differenze restano coerenti anche considerando possibili fattori comportamentali, suggerendo il ruolo di elementi strutturali e ambientali. Per questo l’APA richiama interventi sistemici, come orari scolastici più tardivi. In altre parole: non basta dire agli adolescenti “vai a dormire prima”. Bisogna costruire giornate, scuole e contesti che rendano il sonno possibile.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, sintesi dello studio pubblicato su JAMA.

Non tutte le relazioni fanno bene

Le relazioni sociali sono fondamentali per il benessere, soprattutto con l’avanzare dell’età. Ma una ricerca citata dall’APA ricorda che non tutti i legami hanno lo stesso effetto. Alcune persone nella nostra rete possono agire come stressor cronici, cioè fonti ricorrenti di tensione, conflitto o fatica emotiva.

Lo studio, pubblicato su PNAS, ha utilizzato dati di rete sociale di 2.345 adulti per valutare se la presenza di cosiddetti hasslers — persone difficili o stressanti nella propria rete — fosse associata a salute, benessere ed età biologica. Circa il 29% dei partecipanti riportava almeno un hassler nella propria rete. Questi legami erano più comuni tra donne, fumatori quotidiani, persone in condizioni di salute peggiori e persone con esperienze avverse nell’infanzia.

Nel complesso, chi riportava più hasslers indicava peggiore salute mentale e fisica e mostrava segnali di età biologica più avanzata e invecchiamento biologico più rapido, misurati attraverso biomarcatori epigenetici. È una notizia utile perché non nega l’importanza dei legami, ma invita a guardarli con più realismo: la connessione sociale protegge quando è fonte di sostegno, reciprocità e fiducia; può pesare quando diventa stress continuo.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, sintesi dello studio pubblicato su PNAS.

Tradire oggi basta un click?

App di dating, social media, chat segrete, OnlyFans, AI companion: l’infedeltà non è nuova, ma oggi è più facile da praticare e più difficile da definire. L’approfondimento dell’APA parte da questo punto: la tecnologia moltiplica le occasioni di sconfinamento, ma soprattutto rende più ambigui i confini della coppia.

L’articolo ricorda che è difficile stabilire se l’infedeltà sia davvero aumentata o se sia semplicemente diventata più accessibile. Una survey YouGov del 2023 su 1.000 adulti americani indicava che quasi la metà, il 45%, descriveva la propria relazione ideale come qualcosa di diverso dalla completa monogamia. Un sondaggio del 2025 dell’American Enterprise Institute rilevava inoltre che il 57% delle giovani donne e il 44% dei giovani uomini riteneva l’infedeltà “common” o “extremely common”.

La parte più interessante non è scandalistica, ma relazionale: oggi una coppia deve esplicitare confini che un tempo sembravano impliciti. Guardare contenuti interattivi è tradimento? Chattare di nascosto? Flirtare con un chatbot? Mantenere una relazione emotiva digitale? La risposta non è universale: dipende dagli accordi, dal vissuto dei partner, dalla segretezza e dal senso di rottura della fiducia.

Per la newsletter, il taglio giusto è: la fedeltà oggi è anche una questione di comunicazione digitale. Non basta evitare il tradimento fisico; serve parlare di confini, aspettative, trasparenza e fiducia dentro un ecosistema in cui basta davvero un click per oltrepassare una linea che magari non era mai stata detta.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, “How Psychologists Help Patients Heal From Infidelity”.

Riferimento citato nell’articolo: Rokach, A., & Chan, S. H., International Journal of Environmental Research and Public Health, Vol. 20, No. 5, 2023.

Curare la mente stimolando il cervello?

La stimolazione magnetica transcranica, o TMS, è una delle aree più interessanti nell’evoluzione dei trattamenti per la salute mentale. L’APA ricorda che la Food and Drug Administration statunitense ha autorizzato la TMS per il disturbo depressivo maggiore nel 2008. Da allora le evidenze sono cresciute e la tecnologia si è evoluta.

Oggi la TMS è approvata per depressione negli adulti e negli adolescenti, disturbo ossessivo-compulsivo, emicrania e cessazione del fumo. Nel 2024 è stata autorizzata come trattamento aggiuntivo per la depressione negli adolescenti a partire dai 15 anni. È una procedura non invasiva: una bobina elettromagnetica appoggiata sul cuoio capelluto invia impulsi magnetici che generano una corrente elettrica nel cervello, con l’obiettivo di modulare circuiti neuronali alterati.

Il passaggio culturale è importante: molti disturbi non vengono più pensati solo come squilibri chimici o problemi di singole aree cerebrali, ma come alterazioni di circuiti. Le nuove tecnologie stanno rendendo i protocolli più personalizzati e più rapidi, in alcuni casi passando da trattamenti distribuiti su settimane a protocolli concentrati in pochi giorni.

La TMS non è una panacea e l’APA segnala anche la necessità di distinguere applicazioni supportate dalle evidenze da offerte commerciali non solide. Ma è una frontiera importante, soprattutto quando altri trattamenti non hanno funzionato.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, “Using Brain Stimulation to Treat Mental Illness”.


Gli amici possono cambiarci idea?

Le amicizie possono influenzare i nostri pregiudizi? Una ricerca sintetizzata dall’APA suggerisce di sì, anche se con effetti piccoli. Lo studio, pubblicato su American Psychologist, ha analizzato reti sociali longitudinali di 2.484 adolescenti in Germania, usando dati di studenti di 10 scuole e simulando l’influenza dei legami di amicizia sugli atteggiamenti verso persone appartenenti a gruppi etnici e religiosi esterni.

I risultati mostrano che gli amici che partivano da livelli simili di pregiudizio tendevano a cambiare poco. Gli effetti maggiori si osservavano invece tra amici con atteggiamenti iniziali opposti, che mostravano lievi spostamenti l’uno verso l’altro nel corso di 9 mesi. Nel massimo, i legami sociali erano associati a un cambiamento del 3% nel pregiudizio: piccolo, ma misurabile.

L’amicizia non è una bacchetta magica, ma può svolgere anche il ruolo di micro-infrastruttura sociale. Stare con persone diverse da noi non cancella automaticamente i pregiudizi, però può aprire spostamenti, soprattutto quando la relazione è reale e continuativa. In tempi di polarizzazione, anche un piccolo cambiamento può avere valore.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, sintesi dello studio pubblicato su American Psychologist.

Come aiutare una persona stressata senza farla sentire giudicata

Quando una persona cara è stressata, la prima tentazione è minimizzare: “non è così grave”, “vedrai che passa”, “pensa ad altro”. Ma una sintesi APA di due studi pubblicati su Emotion suggerisce che questa strategia può non funzionare, perché rischia di far sentire l’altra persona giudicata.

Gli studi distinguono tra due modi di aiutare: incoraggiare una persona a impegnarsi in una nuova prospettiva o aiutarla a staccarsi dalla vecchia prospettiva minimizzandola. In uno studio online con 261 partecipanti, quando le persone aiutavano il partner a gestire lo stress legato alla pandemia ampliando la prospettiva e considerando possibili esiti positivi, i partner si sentivano più supportati e la qualità della relazione risultava migliore. Quando invece veniva incoraggiato il distacco dalla vecchia prospettiva ridimensionando la gravità della situazione, i partner si sentivano più giudicati. Un secondo studio con 86 gruppi di amici ha trovato benefici simili nelle amicizie.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, sintesi dello studio pubblicato su Emotion.

La curiosità cresce con quello che sappiamo già

Pensiamo spesso che la curiosità nasca dal non sapere. In parte è vero. Ma una ricerca citata dall’APA suggerisce qualcosa di più sottile: la curiosità cresce anche quando abbiamo già abbastanza conoscenze da immaginare diverse possibilità.

Lo studio, pubblicato su Psychology and Aging, ha coinvolto adulti giovani tra 19 e 30 anni e adulti anziani tra 65 e 83 anni. I partecipanti vedevano 50 domande trivia e, per ciascuna, indicavano quante possibili risposte riuscivano a immaginare e quanto fossero curiosi di conoscere la risposta corretta. I ricercatori hanno interpretato il numero di risposte possibili, cioè lo “spazio di ricerca”, come indicatore delle conoscenze già disponibili.

Gli adulti anziani tendevano più spesso dei giovani a riportare una sola risposta possibile, ma nel complesso dichiaravano livelli maggiori di curiosità. In entrambi i gruppi, però, più risposte possibili erano associate a maggiore curiosità. Questo significa che la curiosità non nasce solo dal vuoto, ma anche da ciò che sappiamo abbastanza bene da voler approfondire.

Fonte: American Psychological Association, Monitor on Psychology, July/August 2026, sintesi dello studio pubblicato su Psychology and Aging.

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