Rage bait è stata scelta da Oxford University Press come Parola dell’Anno 2025: l’espressione indica quei contenuti digitali costruiti per suscitare rabbia e indignazione, al fine di aumentare visibilità e interazioni. (Fonte: Oxford University Press, riportato da Dagospia)

Il meccanismo è noto nelle scienze cognitive e nei media studies: gli algoritmi favoriscono ciò che genera reazioni emotive forti. La rabbia, in particolare, aumenta il tempo di permanenza e la probabilità di condividere un contenuto, più della curiosità o dell’interesse neutro. (Fonti: APA; studi di psicologia dei media)

Il problema, tuttavia, non riguarda solo la comunicazione. Ha implicazioni dirette sulla salute mentale e sulla qualità della vita collettiva. Navigare in un ambiente dominato da messaggi ostili o provocatori intensifica stress, irritabilità e senso di minaccia, soprattutto tra i più giovani, già esposti a overload emotivo e informativo. (Fonte: APA)

Dal punto di vista sociale, l’aumento di contenuti “costruiti per far arrabbiare” contribuisce alla polarizzazione: le persone si rifugiano nei gruppi che confermano la propria identità e reagiscono in modo difensivo verso le posizioni altrui. Questo indebolisce la fiducia, deteriora il confronto pubblico e irrigidisce il dibattito politico. (Fonte: studi di sociologia digitale; Il Fatto Quotidiano con intervista a docente universitaria)

C’è poi un altro punto, spesso trascurato: un ambiente informativo basato sull’indignazione altera la percezione dei problemi reali. Temi complessi come salute mentale, prevenzione, disuguaglianze e convivenza vengono compressi dentro narrazioni emotive, perdendo profondità e responsabilità. Il rischio è che prevalgano reazioni impulsive, non soluzioni.

Contrastare il rage bait significa promuovere un ecosistema comunicativo più sano:
– contenuti che informano senza provocare;
– istituzioni che parlano in modo chiaro, verificabile e non polarizzante;
– comunità digitali che riconoscono gli stimoli manipolativi;
– cittadini che sviluppano strumenti di alfabetizzazione emotiva e mediatica.

La parola dell’anno, in questo caso, non racconta una moda: indica una fragilità strutturale del nostro tempo. E ci ricorda che la qualità del discorso pubblico è, a tutti gli effetti, un elemento della salute mentale collettiva.

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